Associazione culturale fondata nell'anno 2001

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Anna Poerio

Carlotta Poerio, visse con forza d’animo pari a quella di sua madre l’odissea della famiglia. Ella, come figlia, come sorella, come moglie e come madre, fu una vera protagonista degli eventi politici risorgimentali condividendo in pieno gli ideali e le imprese dei suoi cari. I tristi avvenimenti resero precocemente maturo il suo spirito sensibile. Nata a Napoli il 29 giugno 1807, seguì il padre in esilio, dapprima a Firenze (1816-1818) e successivamente, dopo un breve periodo trascorso a Napoli, a Gratz, Trieste e Firenze (1821-1828). Nella città fiorentina trascorse gli anni più sereni della sua vita e lì conobbe Paolo Emilio Imbriani, studioso di scienze giuridiche, letterato e poeta, figlio dell’esule Matteo Renato, anch’egli come Giuseppe Poerio, deputato al parlamento di Napoli nel 1820-21.

Dotata di gentilezza d’animo e di fisico attraente, Carlotta era una donna molto colta e raffinata. Conosceva molto bene la letteratura italiana e latina, amava suonare l’arpa e il pianoforte, disegnare e studiare le lingue straniere. Tornata a Napoli insieme con la madre ed il fratello Carlo, Carlotta nel 1838 sposò Paolo Emilio Imbriani. Dal loro matrimonio nacquero sei figli, alcuni dei quali morti in tenera età: Giuseppe Caterino (1839); Vittorio (1840); Caterina (1842); Matteo Renato (1843); Giorgio (1848); Giulia (1849). Nel 1848 Paolo Emilio Imbriani fu nominato Intendente Generale di Avellino, e successivamente Ministro della Pubblica Istruzione, ma il suo fervido patriottismo e la sua onestà morale non gli consentirono di rimanere al potere.

Carlotta, con la chiaroveggenza di chi aveva molto sofferto, era in continua trepidazione per le sorti del marito e dei fratelli Carlo ed Alessandro ed era consapevole di quanto fosse difficile operare per il bene pubblico. Tra il 1848 ed il 1849 le persecuzioni politiche colpirono i personaggi più eminenti del Regno di Napoli. Paolo Emilio Imbriani, come suo cognato Carlo, fu accusato di appartenere alla setta dell’Unità Italiana. Egli, però, riuscì a scappare e ad evitare la condanna. Così ebbe inizio il suo lungo esilio, ma Carlotta non poté seguirlo subito perché in stato di gravidanza e perché non voleva lasciare la madre sola.

Fu proprio la madre, tuttavia, dopo un po’ di tempo, a consigliarle affettuosamente di lasciare Napoli e raggiungere il marito, che nel frattempo si era rifugiato a Nizza. In quella città Carlotta allevò con amorevole cura l’ultimogenita Giulia e si dedicò con premura all’istruzione degli altri suoi cinque figli. Nonostante fosse circondata dall’affetto del marito e dei figli, ella era tormentata dal pensiero di suo fratello Carlo che, sottoposto al processo, languiva nella prigione, e di sua madre rimasta sola a Napoli. La situazione divenne ancora più tragica per Carlotta quando nel 1852, nello stesso anno in cui morì sua madre, il governo borbonico diede disposizione del sequestro di tutti i beni della famiglia Imbriani, cosa questa che fece precipitare la famiglia dall’agiatezza in uno stato di totale miseria.

Anche in quella circostanza Carlotta diede grande prova di fermezza d’animo. La famiglia si dovette trasferire da Nizza a Torino, dove la vita era meno dispendiosa e dove Carlotta fu vero esempio di virtù. Dimenticando l’agiatezza in cui era nata e vissuta, non si rifiutò di fare i lavori più umili e faticosi dimostrando ai suoi figli che per le nobili cause è doveroso sopportare sacrifici e privazioni. Nella città di Torino gli Imbriani rimasero fino al 1859, anno in cui Carlo Poerio fu liberato dal carcere per decreto del re che commutava la pena residuale in esilio perpetuo dal Regno. Quando Carlotta e Paolo Emilio Imbriani appresero l’inaspettata notizia che Carlo, invece di essere deportato negli Stati Uniti d’America, era riuscito a sbarcare con gli altri esiliati a Queenstown, in Irlanda, fu un momento di gioia immensa che alleviò finalmente tanti anni di sofferenza.

Ma la gioia della liberazione di Carlo alleviò per poco l’animo di Carlotta perché la sua apprensione materna fu messa a dura prova quando i suoi figli Vittorio, Matteo Renato e Giorgio decisero di arruolarsi per andare a combattere per la patria. Nel 1860, dopo undici anni di esilio, gli Imbriani decisero di tornare a Pomigliano d’Arco per volontà della terzogenita figlia Caterina, gravemente ammalata di tisi. Ma le condizioni di salute di Caterina non trovarono giovamento; la malattia avanzò e Caterina si spense prematuramente il 2 ottobre 1860 all’età di 18 anni. Questo grande dolore rese ancora più dura l’esistenza di Carlotta, che trascorse gli ultimi anni della sua vita tra i timori e le speranze per la Patria e per i suoi valorosi figli che rischiavano la vita sul campo di battaglia.

Nonostante fosse preoccupata per la sorte dei figli, ella sapeva che costoro non potevano sottrarsi al loro dovere per portare a compimento l’unità d’Italia. Nel 1866, alla vigilia della III guerra d’indipendenza contro l’Austria, i figli Vittorio e Giorgio decisero di arruolarsi nuovamente nel corpo dei volontari garibaldini. Carlotta, a differenza del marito, non si oppose alla loro partenza, nonostante fosse inferma nel letto. Per di più scrisse al fratello Carlo chiedendogli di convincere P. E. Imbriani a lasciar partire i suoi figli. Nonostante la sua malattia avanzasse, costringendola a passare i suoi giorni immobilizzata sulla poltrona, il suo pensiero era costantemente rivolto alla patria. Consapevole che la sua vita si stava avviando alla fine, era pronta a morire serena pensando che l’ultima guerra italiana avrebbe portato beneficio al paese. Le sue trepidazioni non cessarono mai e l’ansia per la sorte dei figli in battaglia la tormentava continuamente. Logorata da tanto soffrire Carlotta fu colpita da apoplessia e morì il 14 gennaio 1867, pochi mesi prima del suo amatissimo fratello Carlo.

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