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Anna Poerio

Giuseppe Poerio, nato a Belcastro il 06 gennaio 1775,fu valente avvocato e fervente fautore di libertà. Educato nel liceo di Catanzaro: a 14 anni compì gli studi letterari e, perché dotato di facile parola, si avviò alla carriera forense. Aveva solo 16 anni quando patrocinò la prima causa penale. Il brigadiere generale Dentice, preside della provincia, venne accusato per gravi delitti. Prescelse per suo difensore Giuseppe Poerio, che allora aveva appena 20 anni, e lo condusse a Napoli.

Come narra Carlo Poerio, "il Brigadiere Dentice, Preside della Provincia, era stato sospeso dal suo ufficio, e chiamato in Napoli per rispondere ad una grave accusa. Dentice desiderò, che il giovine Poerio (n.d.r. Giuseppe) concorresse alla sua difesa [...]. Il Poerio partì dunque col Dentice alla volta di Napoli […]. Giunto nella Capitale, nella età di 20 anni, ebbe pronta e facile occasione di conoscere il fiore della società Napoletana, e gli uomini sommi, che allora fiorivano, sì in casa del Dentice che in quella di molti Signori, suoi parenti ed amici, a' quali l'aveva raccomandato il padre, che educato nella Capitale, vi si era trattenuto molti anni."
Il Brigadiere Dentice, cui si riferisce Carlo Poerio, è Don Vincenzo Dentice (1741 – 1818) fratello del fervente patriota nonché sacerdote Don Ignazio, che viveva a Torre Dentice a Marano di Napoli. Nell’abitazione di quest’ultimo si riunivano segretamente i fautori della Repubblica Napoletana.

Trasferitosi da Catanzaro a Napoli, egli prese parte attivamente alla vita politica e fu uno degli artefici delle nuove leggi emanate dal governo repubblicano. Giuseppe Poerio, suo fratello Leopoldo e suo cugino, don Salvatore Poerio, di Marano di Napoli, nell’anno 1799, presero parte attivamente alla gloriosa Repubblica Napoletana animando i liberali napoletani alla conquista di Castel Sant’Elmo. Essi, insieme ai capi della rivolta, furono arrestati e rinchiusi nelle segrete di Castelnuovo. Il 27 agosto, la Giunta di Stato condannò Leopoldo alla “relegazione all’isola vita durante” e Giuseppe all’impiccagione, contrariamente a quanto si era stabilito precedentemente, mentre Salvatore Poerio fu rinchiuso nelle carceri di Aversa. Il 27 settembre la pena di morte per Giuseppe fu commutata all’ergastolo ed egli fu inviato, il 30 settembre, nella “fossa” penale di Santa Caterina nell’isola di Favignana.

Con la vittoria di Napoleone a Marengo, gli Stati italiani furono costretti a concedere la costituzione e l’indulto per i condannati politici; quindi, il 28 giugno 1801, Ferdinando IV di Borbone emanò l’amnistia e Giuseppe e Leopoldo Poerio, dopo due anni di dura prigionia, furono rimessi in libertà.

Verso la fine del 1801, Giuseppe Poerio sposò Carolina Sossisergio. Dal matrimonio nacquero Alessandro (1802), Carlo (1803) e Carlotta (1807) - quest’ultima sposò Paolo Emilio Imbriani, scrittore, deputato e ministro.

Nel 1806 le truppe napoleoniche invasero il Regno di Napoli e Giuseppe Poerio tornò nuovamente alla politica. Fu nominato dal re Giuseppe Bonaparte preside di Lucera e poi, nel 1807, intendente della provincia di Capitanata e del Molise. Nel 1808, Gioacchino Murat, succeduto al Bonaparte, lo nominò segretario generale della Gran Corte di Cassazione e, nel 1809, regio commissario della Calabria. Nel 1810, fu nominato procuratore generale della Cassazione con nuove missioni in Calabria e in Basilicata; nel 1812, fu componente del Consiglio di Stato; nel 1814 fu commissario straordinario per riordinare i dipartimenti italici meridionali, allora occupati dalle truppe napoletane. Nello stesso anno fu nominato componente del Consiglio generale di governo che risiedeva a Roma e, nel 1815 fu membro del Consiglio di Reggenza.

Con la caduta del Murat e il ritorno di Ferdinando I, re della Due Sicilie, nel 1816, Giuseppe Poerio fu costretto ad andare in esilio a Firenze. Tornato a Napoli, nel 1819, fu uno dei grandi animatori del moto insurrezionale del 1820, a causa del quale il re fu costretto a concedere la costituzione. Giuseppe Poerio fu eletto deputato e nel 1821, in seguito alla fuga di Ferdinando II da Napoli, con un discorso in Parlamento, protestò fermamente contro l’invasione austriaca del Regno di Napoli.

Gli austriaci, giunti a Napoli, attuarono una feroce persecuzione, traendo subito in carcere i liberali napoletani in attesa del confino. Per cui, Giuseppe Poerio fu arrestato e confinato, con la sua famiglia, prima a Trieste e poi a Gratz, in Austria.

Nell’ottobre del 1823, a Giuseppe Poerio fu concesso il permesso di lasciare Gratz, quindi, egli si recò con i suoi familiari nel Granducato di Toscana. Verso la fine del 1829 alla moglie Carolina ed ai suoi figli Carlo e Carlotta, fu dato il permesso di rientrare, prima a Catanzaro, e l’anno successivo a Napoli; mentre a Giuseppe e al figlio Alessandro fu negato il rientro. Giuseppe Poerio, durante il soggiorno fiorentino, entrò in contatto con i maggiori rappresentanti del liberalismo toscano ed altri esiliati, come Giovanni La Cecilia e Pietro Giordani; essi, avuta notizia della rivoluzione francese del luglio 1830, idearono un piano per persuadere il sovrano a seguire le nuove idee. Tale piano, però, non riuscì per l’intransigenza del primo ministro Torello Ciantelli, il quale espulse dalla Toscana come perturbatori Giuseppe Poerio, Giovanni La Cecilia e Pietro Giordani. Il Poerio fu così costretto, insieme al figlio Alessandro ad andare in esilio in Francia.

L' 8 novembre 1830 salì al trono il ventenne Ferdinando II, il quale manifestò subito idee nuove, proclamando con un editto l’abolizione dei reati politici e quindi dell’esilio. Nel 1833 Giuseppe Poerio potè finalmente tornare a Napoli, dove riprese a esercitare l'avvocatura, distinguendosi come stimato maestro fra i penalisti napoletani.

Giuseppe Poerio morì a Napoli il 5 agosto 1843.

Il 5 marzo 1882, nel Saloncino dei busti, in Castelcapuano fu posto un suo busto per commemorare la sua prestigiosa figura.

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