Carlo Poerio martire della Libertà

CARLO POERIO, MARTIRE DELLA LIBERTÀ

È noto che l’attività della famiglia Poerio fu improntata all’amor di patria, all’indipendenza e alla libertà, eppure, nonostante i numerosi studi compiuti da prestigiosi storici e critici letterari ( tra cui Vittorio Imbriani e Benedetto Croce), che attestano appunto l’alto valore delle gesta compiute da Giuseppe, Alessandro e Carlo Poerio, bisogna riconoscere che ancora oggi queste figure di patrioti e di uomini di cultura, illustri rappresentanti sia in Italia che in Europa del nostro Mezzogiorno, sono stranamente  rimaste nell’ombra.

Se da un lato, difatti, resta finora da approfondire e valorizzare l’intera opera letteraria di Alessandro Poerio, che ha certamente dato un pregevole contributo al nostro Romanticismo, dall’altro lato  ci sono ancora molti elementi da chiarire in merito all’attività politica svolta da Carlo Poerio sia prima che dopo l’Unità d’Italia.

Tuttora oscure, ad esempio, sono le motivazioni che, dopo il raggiungimento dell’Unità d’Italia, spinsero Carlo Poerio, eletto al primo Parlamento italiano, ad uscire quasi del tutto dalla scena politica e a rifiutare, nel 1861, gli insistenti inviti di Cavour ad accettare una nomina nel Ministero.

Ovviamente, per comprendere queste motivazioni bisogna tentare di risalire ai principi su cui Carlo Poerio aveva fondato le proprie lotte politiche e, a questo proposito, uno degli elementi chiarificatori potrebbe essere la lettera scritta dallo Stesso il 17 ottobre 1848.

Questo documento si rivela emblematico per due fondamentali motivi: prima di tutto, perché si tratta dell’ultima lettera inviata da Carlo Poerio al fratello Alessandro, che si trovava allora a Venezia e che, di lì a pochi giorni (il 3 novembre), avrebbe perso la vita, dopo aver combattuto contro gli Austriaci a Mestre (Battaglia di Mestre, 27 ottobre 1848); secondo, perché in questo documento Carlo Poerio, essendo ancora  fiducioso nel Re Borbone, da un lato denuncia apertamente l’ambizione del Principe Piemontese e, dall’altro, mostra tutta la sua preoccupazione per il giusto esito della causa Italiana: “Mi scrisse Gioberti invitandomi a Torino; egualmente, ho ricevuto lettere da Leopardi, Massari e Spaventa: Ma io non accetto le basi stabilite dal Gioberti per mascherare l’ambizione di un Principe. Se il dovere non mi ritenesse in Napoli costantemente, non mi recherei in Torino, ma altrove.(…) Il caro Montanelli mi ha mandato a salutare per mezzo di un amico. La sua condotta è degna di un vero italiano; ma a me pare che il suo generoso progetto non sia eseguibile. L’ambizione Piemontese guasta tutto”.

In effetti, Carlo Poerio, che aveva fatto della costanza, della fermezza e della temperanza i principi cardinali della sua attività politica,  aveva, come egli stesso soleva asserire, “consacrato la propria vita al pacifico trionfo del reggimento costituzionale” e durante la sua attività politica, fino al suo ultimo processo e alla condanna all’ergastolo,  aveva sempre sperato di ottenere, come scrive Croce, “il reggimento libero per virtù dell’opinione pubblica, che persuadesse i Borbone a concedere lo statuto e ad assumere veste ed animo di re costituzionalisti”.

Persino dopo i tragici avvenimenti del 15 maggio 1848,  egli, dopo aver attribuito la colpa dell’accaduto un po’ agli autori delle barricate, un po’ al “Ministero”, continuava a riporre fede in Ferdinando II, sperando, come scrive ancora Croce, che questi “avrebbe mantenuto la carta costituzionale ed avviato la pacifica attuazione della vita parlamentare”.

In quel preciso momento storico, difatti, al liberalismo napoletano l’unica condizione indispensabile sembrava  la monarchia, e di monarchia non esisteva altra possibilità che quella borbonica; soltanto dopo parecchi anni e molteplici vicende il concetto di autonomia del Regno di Napoli si trasformò in quello della fusione nel Regno d’Italia.

Col precipitare degli eventi le speranze dei costituzionalisti andarono del tutto deluse e il 17 luglio 1849 Carlo Poerio, accusato da un falso testimone di appartenere alla setta dell’Unità Italiana, fu imprigionato nelle carceri giudiziarie della Vicaria e, da allora  in poi, subì con fermezza d’animo, senza chiedere mai alcuna grazia al Re, per dieci anni la condanna nelle aspre carceri borboniche (Nisida, Ischia, Montefusco, Montesarchio). L’accusa contro di lui era falsa ed infondata, ma fu mantenuta per comprendere nel processo il maggiore esponente del partito liberal-moderato napoletano. Difatti, la notizia del suo processo suscitò scalpore in tutta Europa e Carlo Poerio divenne il simbolo delle aspirazioni napoletane alla libertà; la sua vicenda umana fornì argomento alla pubblicistica del Gladstone e ispirò dei versi a  Victor Hugo, che volle rendergli omaggio ricordandolo  come difensore del popolo e del diritto:  “Battyani, Sandor, Poërio, victimes! Pour le peuple et le droit en vain nous combattimes!”.

Anna Poerio